Interpreti non pagati saltano le udienze

Mancano i fondi per pagare gli interpreti: saltano le udienze in tribunale. È successo nei giorni scorsi con alcuni processi per direttissima a carico di stranieri: le cancellerie hanno inutilmente cercato un traduttore in tutta la provincia, ma nessuno dei professionisti inseriti nella lista da cui attinge il Palazzo di Giustizia – 50 nomi in tutto per le diverse lingue – ha risposto all’appello.”

La situazione è gravissima perché si vanno a toccare diritti fondamentali, quali il diritto alla difesa.

Questo il link all’articolo: tribunatreviso.gelocal.it

Tirocini retribuiti alla Corte di Giustizia per laureati in Giurisprudenza, Scienze Politiche e per interpreti

Forse non tutti sanno che la Corte di giustizia dell’Unione europea mette a disposizione ogni anno un numero limitato di tirocini retribuiti, della durata massima di 5 mesi (10/12 settimane per gli interpreti).

I tirocini si svolgono principalmente presso la Direzione della ricerca e documentazione, il Servizio stampa e informazione, la Direzione generale della traduzione e la Direzione dell’interpretazione.

I periodi previsti per lo svolgimento degli stages sono:

- dal 1° marzo al 31 luglio (modulo da inviare entro il 1° ottobre)
- dal 1° ottobre al 28 febbraio (modulo da inviare entro il 1° maggio)

Per partire il 1 marzo 2012, il termine per presentare la domanda è il 1 ottobre (fa fede il timbro postale).

Trovate qui i requisiti richiesti e il modulo per l’iscrizione

Il professionista, secondo me (di Gianni Davico)

Oggi è ospite del mio blog Gianni Davico, che ci dice la sua sui risultati dell’indagine IRES, pubblicata qualche giorno fa.

Sabrina mi segnala questa ricerca dell’IRES, che parla del popolo delle partite IVA, di coloro che con un eufemismo definiamo comunemente “professionisti”, del mondo del lavoro frammentato e incerto di oggi – di noi, insomma.

L’ho letta, e vorrei segnalare qualche passo che – soprattutto in negativo, per la verità – mi ha colpito.

Ci definiamo (o veniamo definiti) “professionisti della conoscenza” (p. 9). Mmmmm. La parola “professionista” suona bene, non c’è dubbio, ma quando scopriamo che il 69,5% dei traduttori e interpreti ha un reddito netto inferiore ai 20mila euro annui, e che solo il 10,8% di loro supera i 30mila, be’, allora mi chiedo come faccia un professionista che guadagna millecinquecento euro netti al mese a trovare la sua collocazione nella società. I conti non tornano.

Anche perché altrove (p. 12) si dice che “la media di ore lavorate è di 8,7 ore giornaliere”. A venti giorni al mese sono centosettantaquattro ore, ovvero poco più di otto euro e mezzo l’ora considerando un compenso di millecinquecento euro. C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel nostro approccio al lavoro. In questa maniera i conti non torneranno mai.

E comunque otto virgola sette: dov’è il tempo per stare con i figli, inseguire le proprie passioni, pensare, leggere, riflettere? Questo – il numero di ore lavorate – è un dato di fatto, ma nello stesso tempo mi preoccupa. O, per dirla con Dante (Inferno, XXVI, 119-120),

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza.

 Allora il punto è questo: occorre ripensare il concetto stesso di lavoro, quanto il lavoro deve pesare nelle nostre vite, quanto è importante, e quanto sono importanti altri aspetti che dovrebbero essere prioritari ma vengono relegati al domani – ovvero al mai.

Altro punto (p. 11): la presenza sul web viene indicata come il sesto (e ultimo) fattore di importanza per trovare lavoro. No, dico, qualunque attività oggi passa per il web, che dà l’opportunità a ciascuno di noi, anche con pochi soldi iniziali, di trasformare una passione in lavoro, innanzitutto grazie ai social media: com’è possibile che gli intervistati releghino la presenza online all’ultimo posto tra i fattori?

E già il wording è importante: si dice proprio “trovare lavoro”, non – per esempio – “trovare clienti”. Il sottinteso – almeno così la capisco io – è che il lavoro è un diritto, non qualcosa che si conquista. Ebbene: può piacerci o no, ma il lavoro non è (non è più, almeno) un diritto. Soprattutto quando parliamo di professionisti, ovvio.

Oltre la metà (il 52%, p. 14) dei traduttori e degli interpreti ha possibilità “insufficienti, nulle o scarse” di contrattare le condizioni di lavoro. Ma come? Siamo professionisti o cosa? Non dovremmo essere noi a proporre un servizio e un prezzo, che il potenziale cliente ha poi facoltà di negoziare, accettare o rifiutare? E poi che cosa vuol dire, esattamente, che ci sono poche possibilità di contrattazione? Non vorrà dire, per caso, che – per dirla con Goethe citato da Nelo Risi – si vede il mondo come un ospedale (e il nostro malanno, allora, l’avremo voluto?)

I risultati della Ricerca IRES: professionisti a quali condizioni?

La ricerca dall’IRES (Istituto Ricerche Economiche e Sociali) si è posta l’obbiettivo di “conoscere le condizioni, i percorsi, i bisogni e le aspettative dei lavoratori e delle lavoratrici delle professioni, siano essi lavoratori dipendenti, autonomi o praticanti, nel tentativo di individuare azioni e proposte di intervento adeguate rispetto alle loro esigenze”.

L’indagine ci tocca da vicino considerato che i rispondenti sono stati collocati in una determinata area di riferimento, espressione del “carattere” dell’attività svolta. Accanto ai vari gruppi, poi, sono state isolate alcune professioni, ben definite, tra cui gli interpreti e i traduttori, particolarmente numerosi e rispetto ai quali è stata riscontrata una notevole discontinuità occupazionale.

Potete leggere qui una sintesi dei risultati delle indagini svolte.

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